A CHE PUNTO SIAMO IN ITALIA ?

AMBIENTE E SVILUPPO, CONNUBBIO POSSIBILE?
L’ambiente naturale, reputato dall’uomo fino a poco tempo fa un fornitore illimitato di materie prime e di risorse energetiche essenziali per la produzione di servizi e benessere, è stato sfruttato e danneggiato. Sottovalutandone la complessità strutturale e funzionale, l’uomo ha trascurato che la specie umana è parte integrante dell’ambiente e che la sua sopravvivenza dipende senza dubbio dalla sua capacità di attingervi, ma anche dalla sua capacità di mantenere gli equilibri naturali che lo regolano. Dalla seconda metà del nostro secolo, la rapida crescita della popolazione umana e lo sviluppo della moderna tecnologia sono stati tali che i problemi ecologici sono diventati argomento di grande discussione. Lo sfruttamento incontrollato dell’ambiente ha suscitato la consapevolezza che lo sviluppo non è illimitato, e di conseguenza si è posta la domanda su quale sia il suo limite. Il termine “ambiente” è stato così contrapposto al termine “sviluppo”, e la tutela dell’ambiente identificata come un pesante vincolo alla crescita economica, come se si trattasse di due elementi tra loro incompatibili.
È solo nel 1972 con la Conferenza di Stoccolma che lo sviluppo viene giudicato compatibile con l’ambiente, attraverso l’affermazione che: “l’uomo è portatore di una solenne responsabilità per la protezione e il miglioramento dell’ambiente per le generazioni presenti e future, (…) le risorse naturali devono essere salvaguardate attraverso una programmazione e una gestione appropriata e attenta, (…) deve essere mantenuta, ricostituita e migliorata la capacità della terra di produrre risorse vitali rinnovabili“.
Nasce così il concetto di sviluppo sostenibile, introdotto per la prima volta nel Rapporto Brundtland della Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo, presentato a Tokyo alla Conferenza delle N.U. (1987) e così definito: “uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri“. Preso atto che un ambiente degradato e depauperato delle sue risorse naturali non può garantire uno sviluppo durevole, la protezione dell’ambiente non viene più ritenuta un ostacolo allo sviluppo economico e sociale dell’uomo, ma un presupposto indispensabile per uno sviluppo duraturo nel tempo. In termini di pianificazione del territorio, il concetto di sostenibilità sottende un utilizzo del territorio e delle sue risorse che risponda alle esigenze della comunità senza compromettere le caratteristiche e la funzionalità del territorio stesso. In quest’ottica, perseguire lo sviluppo sostenibile non significa quindi bloccare la crescita economica di un paese, ma sollecitare delle attività produttive compatibili con l’ambiente che ci circonda, promuovendo la conservazione non solo dei valori naturalistici del territorio, ma anche la sua identità storico e culturale. In definitiva, ciò che si propone alla comunità umana è di imparare a crescere insieme al proprio ambiente, e non a danno di esso, apprezzandone il valore con responsabilità condivisa.
Che significato ha questa affermazione nella pratica quotidiana? Da un punto di vista prettamente ecologico, l’ambiente naturale tende ad un climax, cioè al raggiungimento, attraverso un’evoluzione spontanea, di uno stato che consente l’ottimizzazione dell’uso delle risorse garantendo l’equilibrio tra tutte le sue componenti. Gli attuali processi di sviluppo produttivo hanno interferito con questi equilibri del territorio, innescando fenomeni di degrado ambientale. Si rende perciò necessario operare uno sforzo comune per modificare tale assetto, ricorrendo a nuovi modelli di sviluppo ecologicamente sostenibili e compatibili con la capacità di carico dei sistemi naturali.
Ma la strada verso lo sviluppo sostenibile, come si evince dalle indicazioni contenute in protocolli internazionali, per essere percorsa richiede una attenta pianificazione. Non basta infatti riconoscere la propria responsabilità per i danni causati all’ambiente, secondo il principio annunciato dalla Dichiarazione di Rio del chi inquina paga, bisogna anche e soprattutto evitare i danni. Ma per far ciò è necessario adottare a livello locale efficienti politiche di pianificazione ambientale, strumenti normativi ed informativi che permettano di gestire correttamente l’uso delle risorse naturali.
Si è fatta strada da qualche tempo la tecnica della contabilità ambientale adottata da numerose Amministrazioni pubbliche, consistente nell’introduzione, nel sistema della contabilità ordinaria, di nuove metodologie che considerano il valore economico delle risorse ambientali impiegate e risparmiate. In tal modo, si ottiene un’integrazione tra le politiche per la tutela dell’ambiente e le politiche settoriali, permettendo l’attuazione a livello locale di una linea per lo sviluppo sostenibile.
Anche i nuovi PRGC sono l’occasione per provare ad entrare nell’ottica dello sviluppo durevole, introducendo nel piano la considerazione del consumo delle risorse naturali e della loro riproducibilità. Fino ad ora, il piano comunale è stato visto soprattutto come uno strumento di disciplina dell’uso edificatorio dei terreni; oggi si tratta di introdurre nei piani una nuova considerazione, quella delle condizioni d’uso, cioè delle pressioni che la presenza e l’attività umana generano sulle risorse e sugli assetti naturali per garantire la salvaguardia degli equilibri. I piani regolatori possono così rappresentare il momento di riflessione per la ricerca di strategie per la gestione sostenibile delle risorse (rinnovabili e non), nonché per la diminuzione della produzione di rifiuti e del tasso di immissioni degli inquinanti. Inoltre essi dovrebbero prevedere criteri e modalità per favorire la manutenzione del territorio naturale e urbanizzato, cercando di evitare nuovo consumo di suolo e privilegiando invece il recupero edilizio e l’ottimizzazione della rete infrastrutturale già esistente. In tal senso può essere utile contemplare nei piani un censimento tanto delle componenti naturali quanto degli elementi tradizionali e storici presenti sul territorio, per poter compiere una valutazione degli interventi compatibili con l’equilibrio e la conservazione dell’ambiente, in riferimento a tutti i valori censiti.
In definitiva il piano, da strumento di razionalizzazione e controllo dell’espansione territoriale, può diventare uno strumento globale dell’uso efficiente di tutte le risorse presenti sul territorio. In termini di sostenibilità, questo significa che occorre lavorare nella prospettiva di una pianificazione integrata che sappia progettare e gestire l’equilibrio dinamico dell’ecosistema urbano e quello dell’ambiente naturale. È una sfida non da poco che si apre per le Amministrazioni pubbliche e per i professionisti chiamati non più ad applicare banalmente parametri e norme, ma ad immaginare un futuro per la popolazione e per il suo spazio

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